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(“Una moda che non raggiunge le strade non è moda” (Coco Chanel)

Dall’effetto trickle down al bubble up (la trasformazione della moda dall’essere snob e classista al mainstream e alla cultura popolare ed allo sportswear)

Il fenomeno di emulare personaggi famosi imitando il loro stile d’abbigliamento, i loro lussuosi gusti o addirittura sottoponendosi a chirurgie plastiche definitive per cercare di assomigliare loro il piú possibile, non è un comportamento legato esclusivamente al contemporaneo. È vero che, grazie alla TV e a Internet, sapere tutto del nostro idolo del momento è più facile che mai e che, grazie alle migliaia di alternative low cost, copiare lo stile di qualcuno è ancora più accessibile.

Se torniamo indietro nel tempo e pensiamo alle influenze stilistiche dell’alta borghesia, ci rendiamo conto che il loro potere acquisitivo e la possibilità di inventare nuove mode, stili e anche colori sono arrivate al mainstream in forma accessibile proprio per la necessità di emulazione nei loro confronti. Questo comportamento, chiamato TRICKLE DOWN, è in pratica un “effetto goccia” che nasce nelle classi più abbienti e che arriva poi al consumo di massa con il solo fine di imitare.

Un esempio di questo atteggiamento è l’acquisto di abbigliamento sportivo, creato appositamente con caratteristiche tecniche e specifiche per atleti professionisti, anche da parte di persone che praticano sport a livelli più amatoriali o, addirittura, da gente che non pratica nessuno sport. Attraverso l’acquisto di un paio di sneakers o di un capo tecnico, creato inizialmente con il fine di agevolare la performance dello sportivo, essi vogliono arrivare a raggiungere un certo status sociale che li associ a quel tipo di persona/atleta/campione.

La moda è una questione di imitazione e di distinzione che una cerchia sociale trasmette alla comunità.

Si può definire il TRICKLE DOWN un meccanismo verticale che comincia dall’alto per scendere lentamente e arrivare così alle masse in modo orizzontale. Succede però che, per il principio di imitazione, verrà subito rimpiazzato da un nuovo ciclo, quello della distinzione.

Oggi l’ effetto TRICKLE DOWN si rovescia in BUBBLE UP, e cioè quando le mode e le tendenze nascono dal basso, dalle sub-culture, per emergere in una rappresentazione – se vogliamo definirla snob – dell’abbigliamento. L’esempio più classico è quello del blue jeans, un capo d’abbigliamento nato come uniforme di lavoro, per poi reinventarsi nei diversi gruppi che formano le sub-culture e non solo; un materiale con una personalità ribelle nei look dei Teddy Boys e dei Rockers, femminista quando a indossarlo furono le donne lavoratrici che rivendicavano la loro emancipazione e indipendenza, elegante e a sigaretta per il modello STA-PREST Levi’s dei Mod, rotto, disegnato e imborchiato nel DIY dei Punk, sexy nella storica pubblicità della Jesus Jeans “Chi mi ama mi segua”, fino all’ormai immancabile presenza nei fashion show di prêt à porter e persino nelle sfilate di Haute Couture. Una moda che è nata dalla classe operaia per diventare un vero e proprio fenomeno che comprende tutte le classi sociali.

Negli ultimi anni abbiamo visto nelle passerelle internazionali un sempre crescente utilizzo di abbigliamento sportivo nel prêt à porter.

Dai look ai materiali, il così definito sportwear si è impadronito del nostro guardaroba, non ci limitiamo più ad utilizzarlo solo per andare in palestra o in bicicletta, ma anche in ufficio e magari per uscire, abbinando dei leggins ad un paio di tacchi alti.

Miuccia Prada, pioniera di tutti gli stili avanguardisti nella moda, durante la cena di beneficenza che si svolge ogni anno nel MET di New York, si presentò in tuta da ginnastica; il tema scelto dagli organizzatori: “Il futurismo nella moda”. Una tuta in satin e un paio di sandali gioiello dal moderato tacco, un total look fatto di riferimenti al futuro, uno stile dall’inconfondibile ispirazione proveniente dallo sportswear. La stessa ispirazione che ha proposto nelle sue ultime sfilate, durante la Fashion Week di Milano, dove sfilavano modelle con i tacchi nella borsetta o appesi allo zaino, calzini da montagna, windstoppers portati sopra classici completi da uomo e ancora vestitini in broccato abbinati a scarponcini da trekking.

Quando si parla di moda si parla di cambio, un cambio che detta il tempo in cui viviamo: in questo senso la democratizzazione e la globalizzazione nella moda hanno aiutato il consumarsi dell’autenticità e della cultura di identità dello stile originale nato nelle strade.

Spesso si parla dell’impossibilità di previsione nella moda, ma una cosa sì si può prevedere: se fino a ora siamo riusciti a riconoscere un andamento, ascendente e discendente e, comunque, abbastanza coerente nel comportamento delle masse, è perché il nostro corpo è la rappresentazione fisica e culturale della nostra identità esteriore, e grazie alle nostre scelte stilistiche siamo una performance estetica e visibile della nostra personalitá e del presente. Attingiamo così al gusto, all’etnia, alla sessualità e alla voglia di un senso di appartenenza attraverso l’esternazione di un gusto in continua evoluzione.